Lo Stato Islamico, all’interno della sua strategia comunicativa, si è servito perlopiù di nuovi media, mentre radio, televisione, quotidiani sono stati sfruttati in maniera ridotta ed esclusivamente in un contesto locale. Partendo dunque dal presupposto che quello dell’ISIS sia un progetto integrato e articolato su più livelli, prendiamo in considerazione tre esempi differenti: due tipologie di video, la produzione editoriale e l’utilizzo dei social network ‐ nello specifico Twitter ‐ come strumento di story telling. I video scelti fanno parte di due categorie indirizzate a pubblici distinti e costruite secondo canoni diversi. Da una parte troviamo i video “dell’orrore”, studiati e creati specificatamente per terrorizzare l’opinione pubblica occidentale, minacciare i governi della Coalizione Internazionale che combatte l’ISIS e dimostrare la propria autorità e ferocia tanto agli avversari quanto ai seguaci. Dall’altra parte troviamo, invece, il caso di John Cantlie; una serie di video mirati a costruire un’attendibile e ufficiale fonte di controinformazione per comunicare al mondo la propria versione dei fatti e, allo stesso tempo, per mostrare la quotidianità. La produzione editoriale, per esempio della rivista online Dabiq, è essenzialmente diretta a un diverso target, un pubblico colto e interessato non tanto ai temi prettamente militari, quanto piuttosto a riflessioni e discussioni sugli aspetti più politici e spirituali del jihadismo. Infine, l’uso di Twitter come strumento di propaganda e story telling. Tramite una serie di mini video i combattenti dell’ISIS mirano a mostrare e promuovere la normalità e il benessere che caratterizzano la vita quotidiana all’interno dello Stato islamico e, inoltre, a ricontestualizzare le informazioni fornite dai media occidentali, soliti dipingere negativamente tali contesti come zone di conflitto, miseria e povertà. Le considerazioni che seguono sono il risultato di un’analisi personale, arricchita da considerazioni valutative tratte da “Twitter e Jihad: la comunicazione dell’ISIS”, di Monica Maggioni e Paolo Magri, edito da ISPI.

I video come armi di diffusione di massa

Gli addetti alla comunicazione dello Stato Islamico sono costantemente impegnati nella ripresa di scene di combattimenti, esecuzioni pubbliche o attività svolte dai funzionari politici e amministrativi al servizio di esso. Come già detto, tutti i video vengono accuratamente studiati e costruiti a seconda dei destinatari a cui sono rivolti e dei messaggi che con essi si vogliono veicolare. Ciò comporta un modus operandi molto simile a quello attuato per la produzione di un qualsiasi film o documentario; il luogo delle riprese viene dunque letteralmente trasformato in un set, dove combattenti, esecutori e personale amministrativo devono attenersi a un vero e proprio copione (Maggioni, 2015). L’obiettivo è quello di raggiungere un pubblico il più vasto possibile: attraverso ogni singolo video, infatti, si cerca di captare la sensibilità di spettatori che interpretano le immagini viste in maniera differente. In questo modo, ad esempio, il video di una decapitazione può provocare un sentimento di forte terrore e indignazione o un’immagine di estrema potenza del Califfato, a seconda degli schemi interpretativi utilizzati dallo spettatore. Le capacità comunicative dimostrate dall’ISIS denotano un alto livello di conoscenza non solo delle modalità di utilizzo dello strumento mediatico, ma anche di tecniche e procedure di montaggio per la produzione di filmati professionali. Grazie alle analisi effettuate da esperti informatici sui video diffusi dallo Stato Islamico è emerso, infatti, un sapiente lavoro di costruzione scenografica, con particolare attenzione agli effetti della luce e dei suoni, nonché al posizionamento dei vari soggetti all’interno della cornice rappresentata (Maggioni, 2015). I video ufficiali vengono prodotti e diffusi esclusivamente da quattro case di produzione istituzionali e internazionali: Al Furqan Media Foundation, Al Hayat Media Center, Al-I’tisam, and Ajnad Foundation. Tra queste, in particolare le prime due si occupano dei contenuti in inglese o francese, diretti a un pubblico occidentale, mentre le altre due sono più legate a un contesto locale e quindi specializzate nella produzione di video in arabo, mentre i singoli combattenti, tramite i loro profili social, creano un racconto parallelo basato sulla loro vita quotidiana e sulle proprie esperienze sul campo di battaglia (Maggioni, 2015).

Ogni prodotto mediatico dello Stato Islamico ha un target e un obiettivo preciso. I video dell’orrore hanno come target l’opinione pubblica occidentale, con l’obiettivo di terrorizzare il pubblico, provocarne una reazione emotiva e, allo stesso tempo, minacciare governi coinvolti nella guerra all’ISIS. Per la serie di video che vede come protagonista il reporter inglese John Cantlie i target sono due, come gli obiettivi: da un lato il target dell’opinione pubblica occidentale e l’obiettivo di creare un canale di controinformazione,  dall’altro la popolazione musulmana residente al di fuori del Califfato; in questo caso l’obiettivo è quello di mostrare l’efficienza dello Stato Islamico, la sicurezza delle condizioni di vita al suo interno, cercando di attrarre nuovi proseliti. Infine, per i video “in stile Hollywood” il target è il pubblico già simpatizzante con la causa dell’ISIS e in particolare i futuri Foreign Fighters.

L’obiettivo è creare una narrazione quasi epica, capace di ritrarre il neonato Stato Islamico come una potenza imbattibile; a questo scopo viene, mostrata la vita dei combattenti e l’eroicità delle loro imprese. I contenuti sono spesso immagini di guerra, per esaltare un’estetica eroica e vincente, accompagnate da ricostruzioni storiche delle vittorie militari. Le grafiche e gli effetti sonori e speciali scelti sono molto simili a quelli tradizionalmente adoperati nei trailer di videogiochi o film d’azione e di guerra. Un esempio è il video “Flames of War”, pubblicato il 18 settembre 2014 dalla casa di produzione Al Hayat Media Center. Un film di 55 minuti, molto complesso, sia per quanto riguarda i contenuti e la loro organizzazione, sia per ciò che concerne il messaggio veicolato, che è in molti passaggi oscuro e ambiguo e sembra quindi rimandare a un sequel.

I video dell’orrore

Sono i video pubblicati dallo Stato Islamico raffiguranti l’uccisione in diretta di ostaggi occidentali. L’obiettivo è terrorizzare e indignare l’opinione pubblica occidentale e dimostrare la brutalità e intransigenza di cui il Califfato è capace per raggiungere i suoi scopi. Si tratta di un prodotto mediale di facile fruizione da parte di un ampio pubblico, sia per quanto riguarda la sua distribuzione, attuata tramite social media, sia per quanto riguarda invece la comprensione; il contenuto è infatti decisamente esplicito (Lombardi, 2015). Il rituale della decapitazione di un ostaggio occidentale davanti alla telecamera è volutamente cercato e promosso come simbolo distintivo del Califfato, in quanto testimonianza della continuità con l’impronta violenta data al gruppo da Al Zarqawi (Maggioni, 2015). Il primo video di questo genere è stato pubblicato il 7 maggio del 2004 e mostra lo sgozzamento, per mano dello stesso Al Zarqawi, di un prigioniero americano. Il video segna l’inizio di una macabra tradizione ripresa e continuata dal neonato Stato Islamico con una serie di video che mostrano le decapitazioni di ostaggi occidentali. A differenza del video, 73 decisamente amatoriale e a bassa definizione, del 2002, i nuovi video prodotti dall’ISIS, oltre alla qualità delle immagini nettamente superiore, dimostrano la presenza di un’attenta messa in scena ad opera di una regia competente che ne studia ed elabora tutti i particolari: la scelta della location, le ripresa fatte da prospettive diverse, il contrasto di colori che si viene a creare tra il paesaggio e l’abbigliamento dei due protagonisti, nonché la precisa posizione assunta da quest’ultimi e i movimenti e le parole recitate.

La sequenza mediatica si svolge sempre secondo lo stesso rituale (Lombardi, 2015): l’ostaggio, vestito con la simbolica tuta arancione indossata anche dai prigionieri di Guantánamo, è nel deserto, inginocchiato davanti al suo aguzzino abbigliato di nero, con il volto coperto e un coltello in mano lasciato ben in vista. Dopo una dichiarazione letta dall’ostaggio e un’invettiva contro i governi Occidentali recitata, in inglese perfetto, dal boia, avviene lo sgozzamento, non sempre mostrato nella sua interezza. Seguono le immagini del corpo senza vita riverso per terra, nel sangue, e la sua testa mozzata appoggiata sul grembo o sulla schiena. Chiude il video un messaggio di minaccia per il futuro. Il primo di questa serie è il video della decapitazione del giornalista americano James Wright Foley, pubblicato il 19 agosto 2014. Foley, rapito in Siria il 22 novembre 2012, era un esperto reporter di guerra e all’epoca del rapimento collaborava per France Presse. Il video, della durata di 4.40 minuti, si apre con un messaggio scritto in arabo e in inglese che recita: “Obama authorizes military operation against the Islamic State effectively placing america upon a slippery slope toward a new war front agains musilms” (“Le operazioni militari contro lo Stato islamico autorizzate da Obama hanno efficacemente messo l’America su di un pendio scivoloso verso un nuovo fronte di guerra contro i Musulmani”).

Le prime immagini, poi, mostrano la conferenza stampa ufficiale in cui il presidente Obama proclamava ufficialmente l’intervento militare statunitense in Iraq contro i gruppi terroristici. Seguono alcune riprese aeree di tali operazioni. Terminata questa introduzione viene mostrato il titolo del video con la scritta “A message to America” in bianco su sfondo nero, sotto la quale compare la traduzione araba. Iniziano dunque le riprese nel deserto: l’ostaggio in ginocchio, scalzo e vestito della sola tuta arancione, e in piedi alla sua sinistra il suo aguzzino, interamente abbigliato di nero e con il volto coperto. L’immagine rimane ferma per alcune frazioni di secondo, dando così la possibilità allo spettatore di coglierne tutti i particolari. In alto a sinistra è presente il logo della bandiera nera dello Stato Islamico, sulla destra in basso, invece, è riportato il nome dell’ostaggio, mentre sotto le immagini, per tutta la durata del video, scorrono i sottotitoli in arabo. Il primo a parlare è Foley che si rivolge ai suoi familiari e ai suoi cari chiedendo loro di prendersela con il vero responsabile della sua morte: il governo degli Stati Uniti. Il discorso continua con un appello diretto al fratello John, membro delle forze militari statunitensi; durante il messaggio, di fianco alla scena principale, vengono infatti mostrate alcune sue immagini in divisa militare. Foley chiede al fratello di riflettere bene sulle conseguenze delle sue azioni e di quelle dell’esercito americano -°©‐ vale a dire i bombardamenti aerei sui territori occupati dall’ISIS -°©‐ e di pensare ai danni e alle perdite che queste stanno arrecando non solo alla popolazione musulmana ma anche ai membri delle loro stesse famiglie. Il messaggio si conclude con una frase piuttosto d’effetto, qui parafrasata: “Sono morto quel giorno John. Quando i tuoi colleghi hanno sganciato quelle bombe su quelle persone, hanno firmato il mio certificato di morte. Vorrei avere più tempo, vorrei avere la speranza di essere liberato e poter vedere la mia famiglia ancora una volta, ma quella nave è salpata”. Le ultime parole di Foley, dette abbozzando quello che sembrerebbe un sorriso ironico, sono “I wish I wasn’t an american”, vorrei non essere americano. Poi la parola passa al suo aguzzino: “Questo è James Foley, un cittadino del vostro Paese. […] Il vostro governo si è trovato in prima linea negli attacchi contro lo Stato Islamico. […] Oggi, le vostre forze militari aeree ci attaccano quotidianamente in Iraq e i vostri attacchi hanno causato perdite e morte tra i musulmani. […] Non combattete più contro una rivolta, noi siamo uno stato, che è stato accettato da un gran numero di musulmani in tutto il mondo. Quindi, ogni aggressione contro di noi è un’aggressione contro i musulmani da tutto il mondo che hanno accettato il Califfato come loro guida, e ogni tentativo da parte tua, Obama, di negare ai musulmani il loro diritto di vivere in sicurezza sotto lo Stato Islamico, provocherà un bagno di sangue tra la tua gente”. Parlando il combattente dell’ISIS si riferisce esplicitamente ai raid aerei in territorio siriano e iracheno ordinati pochi giorni prima dal governo statunitense. Durante le riprese le immagini non sono mai statiche, ma vengono fatte da più telecamere e da prospettive diverse e successivamente montate in modo professionale. Il boia si muove e gesticola in modo teatrale e solenne, nella mano sinistra stringe un coltello mentre con la destra tiene per la maglia il prigioniero. Non appena finito di recitare la propria invettiva, fa un passo in avanti, tira indietro la testa della vittima e infine affonda la lama nel collo. La brutale esecuzione non viene mostrata per intero; essa è, infatti, sostituita da una schermata nera che dura alcuni istanti, seguita poi dalla ripresa, ravvicinata e in movimento, del corpo senza vita di Foley, steso supino a terra e con la testa mozzata appoggiata sulla schiena. Il video si conclude con le immagini di un altro combattente che mostra, tenendolo come il primo per il collo della tuta arancione, un secondo ostaggio inginocchiato e dichiara: “la vita di questo cittadino americano, Obama, dipende dalle tue prossime decisioni”. Il prigioniero viene identificato dal sottopancia in basso a destra: si tratta del giornalista statunitense Steven Joel Sotloff. Egli si trovava in Siria come inviato del Time per realizzare un reportage sulla guerra civile quando, il 4 agosto 2013, venne rapito da miliziani dell’ISIS vicino ad Aleppo.

Il secondo video della serie, della durata di 2.46 minuti, è dunque quello dell’uccisione di Steven Sotloff, pubblicato il 2 settembre 2014. L’ambientazione, le dinamiche di ripresa e il copione seguito rimangono gli stessi; cambiano solo i messaggi recitati dell’ostaggio e dal suo aguzzino. Il video viene, infatti, nuovamente, aperto dalle immagini di un discorso tenuto da Obama in cui, per rassicurare il popolo americano, egli parla dell’intervento dell’esercito statunitense contro le forze dell’ISIS. Seguono, dopo alcuni secondi in cui viene mostrata la schermata nera con il titolo in bianco “A second message to America”, le riprese dal deserto: il set e la posizione dei protagonisti è la medesima. Sotloff, come il suo collega Foley nel video precedente, è il primo a prendere la parola e, in modo molto freddo e distaccato, si rivolge al suo interlocutore dicendo: “Sono Steven Joel Sotloff e sono sicuro che a questo punto voi sappiate esattamente chi sono e perché appaio davanti a voi. Adesso è arrivato il momento del mio messaggio: Obama, la tua politica estera interventista in Iraq avrebbe dovuto avere come scopo la preservazione delle vite e degli interessi americani, quindi perché sono io a pagare la tua interferenza con la mia vita? Non sono forse un cittadino americano? Hai speso miliardi di dollari a spese dei cittadini contribuenti e abbiamo perso migliaia di soldati nei nostri combattimenti precedenti contro lo Stato Islamico, dov’è quindi l’interesse delle persone a riaccendere questa guerra? Per quel poco che so di politica estera, mi ricordo un tempo in cui tu non avresti potuto vincere le elezioni senza promettere di far tornare le nostre truppe dall’Iraq e dall’Afghanistan, e di chiudere Guantanámo. Eccoti qui adesso, Obama, vicino alla fine del tuo mandato, senza aver raggiunto nessuno dei tuoi obiettivi, e ingannevolmente ci stai conducendo verso un inferno”. Il video prosegue poi seguendo fedelmente il copione già visto: le invettive del boia, che esordisce dicendo “I’m back, Obama, and I’m back because of your arrogant foreign policy towards the Islamic State” (“Sono tornato Obama, e sono tornato a causa della tua arrogante politica esterna contro lo Stato Islamico”) e, infine, l’inevitabile e violenta morte del giornalista. Anche in questo caso viene mostrato solo il momento in cui il giustiziere inizia a tagliare la gola all’ostaggio, mentre il resto del rituale è oscurato da una schermata nera, a cui segue la stessa ripresa in movimento del video di Foley, che mostra da vicino il cadavere di Sotloff, disposto sulla schiena e con la testa mozzata e grondante di sangue appoggiata sul ventre. Il video si conclude, con le immagini di un altro ostaggio ancora in vita: si tratta di David Haines, ingegnere aeronautico britannico che sarà ucciso il 14 settembre 2014. La stessa sorte spetterà in seguito anche ad Alan Henning, attivista e cooperante britannico giustiziato il 4 ottobre 201474.

Un cambio di prospettiva e struttura si riscontra, invece, con il video dell’uccisione Peter Kassig e di sedici soldati siriani, pubblicato il 16 novembre 2014. L’imminente morte di Kassig, operatore umanitario statunitense rapito in Siria il 1 ottobre 2014, era già stata annunciata nel video della decapitazione di Alan Henning, pubblicato qualche settimana prima. Il modus operandi seguito per la produzione e costruzione del video è, però, nuovo e diverso rispetto ai precedenti, con un’accurata regia e una scenografia studiata ad hoc (Lombardi, 2015). Anzitutto, il video, della durata di 15.53 minuti, non è incentrato sull’uccisione di un solo prigioniero occidentale, ma su di un’esecuzione di gruppo: le vittime mostrate sono in tutto diciassette. Il cambiamento si nota subito, dalla prima immagine: una schermata nera con una scritta bianca interamente in arabo. Alla schermata segue quella che potrebbe sembrare la sigla iniziale di un qualsiasi telegiornale, la musica di sottofondo è un nasheed (canto tradizionale dell’Islam). Viene mostrata la grafica di una cartina stilizzata e colorata di varie tonalità di blu e azzurro, i nomi dei paesi sono scritti in arabo; in una prima sequenza viene fatto lo zoom sui territori di Siria e Iraq, dove si pianta la bandiera simbolo dell’ISIS. Da qui parte un’onda bianca, rappresentante la forza del Califfato, che si espande a macchia d’olio: prima nei territori circostanti, Arabia Saudita, Africa, Italia, Spagna, per poi passare all’Est, India, Cina, Giappone, fino ad arrivare al grande Ovest, gli Stati Uniti. Infine tutto il mondo si illumina della luce bianca del Califfato e appare la scritta “Altough the disbelievers dislike it”, anche se non piacerà agli infedeli. Una volta terminata la sigla inizia il video; dopo una schermata in nero con un messaggio scritto sia in inglese sia in arabo, viene intonato un altro canto, dal ritmo molto più incalzante e deciso, con una sequenza di immagini della guerra in Siria e Iraq. Una voce fuori campo inizia a parlare in arabo – in basso troviamo i sottotitoli in inglese – e racconta di come mentre le truppe straniere stessero festeggiando una falsa vittoria – la conquista statunitense dell’Iraq – i figli dell’Islam fossero invece intenti a prepararsi per una battaglia “le cui fiamme non si spegneranno finché non avranno sconfitto gli eserciti dei crociati a Dabiq”. Inizia poi una vera e propria ricostruzione storica delle tappe seguite dallo Stato Islamico nel suo processo di formazione e consolidamento; il racconto viene avvalorato da alcune immagini dei combattenti dell’ISIS e delle loro imprese, incorniciate con la precisazione scritta di date, luoghi e nomi dei gruppi protagonisti. In alto a sinistra, come in ogni video, troviamo il logo della casa di produzione e della bandiera nera simbolo del Califfato. L’ultimo fotogramma riprende proprio quest’ultima: un soldato cammina in modo solenne tenendo alta la bandiera. Si tratta della bandiera storica usata dal Profeta e annunciatrice del ritorno del Mahdi. La scritta bianca nella parte superiore riproduce la prima parte della Shahada79: “La ilàha illa Allàh”, ossia “non c’è divinità se non Dio”. Nel cerchio bianco, raffigurante la luna piena, partendo dal basso verso l’alto, è riportata la seconda parte dell’attestazione di fede islamica: “Muḥammad rasùl Allàh”, vale a dire “Maometto è l’Inviato di Dio”. L’importanza centrale, quasi ossessiva, data alla bandiera serve a trasmettere un’immagine antica ma ancora valida: l’ideale di uno Stato Islamico senza confini (Maggioni, 2015). Il video continua con le immagini di Baghdad bruscamente interrotte da fotogrammi di guerra: sangue, esplosioni, esecuzioni e, nuovamente, la bandiera mostrata fieramente dai combattenti del Califfato. Viene sospesa la musica di sottofondo per lasciare spazio a suoni e rumori della guerra: bombardamenti, lamenti di dolore, le incessanti urla di vittoria “Allahu Akbar”, Dio è il più grande. La sequenza è nuovamente interrotta dalla luce bianca della sigla, “Altough the disbelievers dislike it”. Inizia dunque il video dell’orrore. Vediamo una parata di soldati dell’ISIS, in tuta militare e a volto scoperto, che marciano in fila; ognuno conduce con sé un prigioniero, questa volta vestito di nero. Appare in sovraimpressione una didascalia, scritta sia in arabo sia in inglese, che chiarisce l’identità dei prigionieri: “ufficiali e piloti sciiti nelle mani del Califfato”. La parata si svolge in un ambiente semi desertico e viene ripresa per alcuni istanti e da più prospettive, in modo da mostrare chiaramente il numero di prigionieri, ma soprattutto i volti dei combattenti, molti dei quali hanno tratti occidentali. Appare dunque il capofila, l’unico tra i terroristi a indossare la tuta e il passamontagna nero, già visto nei video precedenti. In primo piano c’è una scatola piena di coltelli: la parata, senza perdere il proprio ritmo di marcia, ci passa di fianco e ogni aguzzino ne afferra uno dalla scatola. Nel momento in cui il capofila prende, con un gesto quasi plateale, il primo coltello parte una musica incalzante, cantata rigorosamente in arabo. Anche in questo caso la regia si mostra attenta nell’evidenziare, soprattutto grazie ad alcune immagini in slow motion, i volti dai tratti occidentali presenti tra le fila di combattenti. È un messaggio ben preciso: si mostra l’inattesa possibilità che persone nate e cresciute nel nostro stesso mondo, si trovino ora a compiere quegli atti brutali che l’Occidente disdegna ed esorcizza. Con queste immagini il Califfato vuole dimostrarci di essere riuscito nell’impresa più difficile e delicata: conquistare “il cuore e le menti” dei giovani europei (Lombardi, 2015). Dopo la scena dei coltelli, i miliziani vanno a schierarsi e, seguendo una coreografia precisa, si dispongono uno di fianco all’altro, ognuno con un prigioniero inginocchiato ai propri piedi. Dopo alcune riprese in movimento che mostrano la disposizione assunta, si imterrompe la musica e l’immagine si ferma sull’aguzzino vestito di nero che si trova esattamente nel mezzo. Egli inizia a parlare: “A Obama, il cane di Roma: oggi massacriamo i soldati di Bahsar Al Assad e domani massacreremo i vostri soldati. […] E con la benedizione di Allah, lo Stato Islamico inizierà presto a massacrare la vostra gente, nelle vostre strade”. Per creare pathos, viene interrotta la musica e, grazie nuovamente alla tecnica dello slow motion, le inquadrature si soffermano su alcune immagini significative: le mani di un miliziano che giocherellano con il coltello, l’espressione rassegnata degli ostaggi. Il momento si conclude con l’ordine dell’aguzzino in nero, seguito da un movimento perfettamente coordinato di tutti i miliziani che stendono il prigioniero a terra e gli si mettono a cavalcioni sulla schiena, con il coltello puntato alla gola. Questa volta la macabra esecuzione non viene risparmiata e lo sgozzamento è ripreso e mostrato nei dettagli. Le telecamere, sempre in movimento, riprendono la scena nella sua interezza, soffermandosi a turno sulla testa di ogni vittima. Le riprese che seguono sono molto cruente, mostrano il rigagnolo di sangue che si viene a creare sotto i corpi distesi e le teste che vengono loro letteralmente strappate via dal collo. Con il solo il rumore del vento in sottofondo viene fatta una carrellata di tutti i miliziani, che mostrano fieramente il coltello sporco di sangue e, ai loro piedi, i corpi senza vita degli ostaggi con la testa insanguinata appoggiata sulla schiena. Riparte la musica della sigla, e appare nuovamente la luce bianca del Califfato e la scritta “Altough the disbelievers dislike it”. Parte una nuova digressione in arabo che mostra, sulla cartina in azzurro, la bandiera dello Stato Islamico conquistare uno ad uno gli Stati dello storico Califfato. In sottofondo si sente un discorso del leader Al Baghdadi, sottotitolato in inglese. Il video si conclude con l’immagine del boia vestito di nero con ai suoi piedi la testa mozzata di un uomo. A chiarirne l’identità è il boia stesso: “Questo è Peter Edward Kassig, un cittadino americano”. Sullo sfondo un paesaggio rurale e desertico e quello che sembrerebbe un piccolo villaggio. Il cielo azzurro e un’ultima immagine: la bandiera nera che sventola. Altra narrazione che esce dagli schemi e canoni stabiliti dalla prima serie di video è quella della vicenda che riguarda l’uccisione di due reporter giapponesi: Haruna Yukawa, rapito nell’agosto 2014, e Kenji Goto Jogo, di cui si sono perse le tracce dall’ottobre dello stesso anno. In questo caso i video sull’argomento sono quattro. Il primo, intitolato “A Message to the Government and People of Japan”, dura solo 1.40 minuti e mostra il solito scenario e rituale dei video precedenti. I due ostaggi, nella tradizionale tuta arancione, si trovano in ginocchio, uno alla destra e uno alla sinistra, dell’aguzzino vestito di nero, che inveisce contro il governo giapponese con le parole seguenti: “Al Primo Ministro del Giappone: nonostante tu sia a più di 8500 km dallo Stato Islamico, ti sei proposto volentieri per prendere parte a questa crociata. Tu hai fieramente donato 100 milioni di dollari per uccidere le nostre donne e i nostri bambini, per distruggere le case dei musulmani. Dunque, la vita di questo cittadino giapponese – dicendo ciò egli punta il coltello verso la testa di Kenji Goto, che si trova alla sua sinistra – ti costerà 100 milioni di dollari. E, inoltre, allo scopo di fermare l’espansione dello Stato Islamico, hai donato altro 100 milioni di dollari per addestrare gli apostati a combattere contro i mujahideen. Quindi, la vita di quest’altro cittadino giapponese – il coltello è ora diretto alla sua destra per indicare Haruna Yukawa – ti costerà altri 100 milioni. Al popolo giapponese: proprio come il vostro governo ha preso l’incosciente decisione di pagare 200 milioni di dollari per combattere lo Stato Islamico, voi adesso avete 72 ore di tempo per fare pressione sul vostro governo e convincerlo a prendere la saggia decisione di pagare i 200 milioni per salvare la vita dei suoi cittadini. Altrimenti, questo coltello diventerà il vostro incubo”. A questo seguono altri due video, entrambi composti da un’immagine ferma e un messaggio audio. Nel primo di questi, inviato per mail alla moglie del giornalista Yukawa e al governo di Tokyo il 24 gennaio 2015, appare una foto dell’altro prigioniero, Kenji Goto, vestito d’arancio, che tiene in mano la fotografia del collega decapitato. L’immagine è fissa e si sente una voce in sottofondo, quella dello stesso Goto, che dice: “Eravate state avvertivi, avevate una scadenza. Abe (primo ministro giapponese, n.d.r.) hai ucciso tu Haruna, non hai preso sul serio le minacce dei miei carcerieri” e poi, rivolgendosi alla moglie: “Non lasciare che Abe faccia lo stesso con me”. L’uomo poi riporta la nuova proposta dello Stato Islamico, che, come pegno per la sua liberazione, non vuole più un riscatto in denaro ma uno scambio di prigionieri con Sajida Al Rishawi (terrorista irachena e militante del gruppo Tawhid al Jihad, facente capo ad Abu Musab al Zarqawi. È stata una delle ideatrici ed esecutrici dell’attentato esplosivo al Radisson Hotel di Amman in Giordania, nel novembre 2005) catturata dal governo giordano. La richiesta dei miliziani è chiara e viene recitata da Goto: “È semplice: date loro Sajida e io verrò liberato. Al momento questo sembra effettivamente possibile, dato che i nostri rappresentanti di governo si trovano in Giordania dove, ironicamente, viene tenuta prigioniera la nostra sorella Sajida. Ci tengo a sottolineare nuovamente quanto sia facile salvare la mia vita: voi riportare loro la loro sorella dal regime giordano e io sarò immediatamente rilasciato. Me per lei. Queste potrebbero essere le mie ultime ore in questo mondo e potrei essere un uomo morto che parla. Non lasciate che queste siano le mie ultime parole da voi ascoltate. Non lasciate che Abe mi uccida”. Ci troviamo davanti a un’innovazione nella tradizione; sul piano comunicativo, infatti, il messaggio è in grado di dare la speranza del pagamento e della liberazione dell’ostaggio senza, tuttavia, rinunciare all’impatto emozionale del macabro, qui mostrato in foto (Lombardi, 2015). La sapiente regia, inoltre, fa leva sull’attrazione che il pubblico prova per la suspense creata dal susseguirsi incerto degli eventi.

Lo stesso format viene poi replicato il giorno seguente, 25 gennaio 2015, con un secondo messaggio audio, intitolato per l’appunto “Secondo messaggio pubblico di Kenji Goto alla sua famiglia e al governo del Giappone”. Il video è costruito nella stessa maniera del precedente: un’immagine fissa ritrae l’ostaggio in tuta arancione che mostra una foto. In questo caso la foto mostrata è quella del pilota giordano Muadh Al Kaseasbeh, caduto nelle mani dell’ISIS nel dicembre 2014. Riportiamo il messaggio recitato da Goto: “Mi è stato detto che questo sarà il mio ultimo messaggio, e che l’ostacolo che intralcia la mia libertà è ora solamente il governo giordano, che si rifiuta di liberare Sajida. Dite al governo giapponese di sfruttare tutte le possibili pressioni politiche in Giordania. Il tempo si sta restringendo. Me per lei. Cosa c’è di difficile nel capirlo? È stata tenuta prigioniera per un decennio, mentre io sono prigioniero solo da qualche mese. Lei per me. Uno scambio diretto. Qualsiasi altro rifiuto del governo giordano lo renderà responsabile della morte del suo pilota – Muadh Al Kaseasbeh – che sarà subito seguita dalla mia. Mi rimangono solo 24 ore di vita e al pilota anche meno. Vi prego non lasciateci morire. […] la palla si trova ora in campo giordano”. La vicenda giunge al suo epilogo il 31 gennaio 2015 con un video, della durata di 1.07 minuti, pubblicato tramite Twitter (Lombardi, 2015). Viene messo in scena il solito rituale: schermata nera con il titolo “A Message to the Government of Japan”, il deserto a fare da sfondo, il prigioniero inginocchiato e il suo aguzzino in piedi. A differenza dei primi video, come ad esempio quello di Foley, in questo caso alla vittima non viene concessa l’occasione di recitare le sue ultime parole. Parla solo il boia che, dopo aver rimproverato il governo giapponese e averlo minacciato di ulteriori ritorsioni sui suoi cittadini, proclama “So let the nightmare for Japan begin”, e procede affondando il coltello nel collo di Kenji Goto. Le immagini successive seguono il copione “classico” e mostrano il cadavere supino nel sangue e la testa accuratamente e scenograficamente appoggiata sulla schiena. Il video si conclude con una schermata nera: nessuna notizia del pilota giordano. La strategia comunicativa che ha accompagnato la vicenda dei due reporter giapponesi ha seguito due binari: quello della tradizionale rappresentazione del terrore, e dunque i video con l’ostaggio in tuta arancione e l’aguzzino con il coltello, e quello, invece, della “comunicazione di servizio”, la meta-comunicazione tramite fotografia nelle fotografie (Lombardi, 2015). L’obiettivo, oltre a sconvolgere e impressionare l’Occidente, è anche quello di riuscire a stupire nuovamente il pubblico, ormai assuefatto da prodotti mediatici molto simili tra loro, nonché quello di tenere in sospeso lo spettatore, creando un effetto di suspense che mantiene alta l’attenzione internazionale sul neonato Califfato. Arriviamo infine al caso del pilota giordano Muadh Al Kaseasbeh, catturato il 25 dicembre 2014 dopo essere stato abbattuto. Ad annunciare la notizia sono stati gli stessi jihadisti tramite social network. Insieme ai messaggi vengono anche pubblicate alcune foto del pilota prigioniero, sia al momento della cattura sia in seguito, attorniato dai miliziani dell’ISIS. Il velivolo abbattuto faceva parte di una missione composta da diversi aerei dell’esercito giordano contro i rifugi dei miliziani dello Stato Islamico nella regione di Raqqa, nel nord della Siria. Nuove immagini del pilota, questa volta in tuta arancione, vengono poi mostrate, in uno dei video che vedono il reporter giapponese Kenji Goto domandare al governo giordano la liberazione di una prigioniera in cambio della loro vita. Del pilota non si hanno più notizie fino al 3 febbraio 2015, giorno in cui viene pubblicato, sul sito di Site86, il video dell’esecuzione del pilota. L’emittente che l’ha prodotto si chiama Security Database ed è un’agenzia diversa dalle altre in quanto ha il compito istituzionale della sicurezza nazionale del Califfato: essa si occupa di hackeraggio, recupero informazioni, attacchi elettronici. Si tratta di un video scioccante ed innovativo per quanto riguarda contenuti, elaborazione grafica e messaggio. È costruito come un vero e proprio film, della durata di 22.34 minuti. Il video si apre con la ricostruzione dell’antefatto: viene infatti mostrato uno spezzone dell’annuncio di Abd Allah II, Re di Giordania, dell’inizio delle operazioni militari contro lo Stato Islamico. Seguono una serie di immagini di guerra, con alcuni intermezzi di altri discorsi del Re giordano con Obama e altri alleati, mentre una voce fuori campo parla in arabo, senza sottotitoli in altre lingue. Vengono raffigurati principalmente soldati giordani e statunitensi in diversi contesti, dai campi di addestramento ai carrarmati in azione. Un’ampia parte delle immagini mostrate è riservata alla categoria dei piloti, alla loro preparazione prima delle missioni e alla messa in atto di raid aerei. La sequenza si conclude con la grafica di una ricostruzione 3D di un aereo che esplode a rallentatore, i cui pezzi distruggendosi vanno a formare al centro dello schermo nero una scritta, anch’essa arabo, tradotta subito sotto in inglese: “Healing the believers’ chests”. Gli inserimenti grafici e gli effetti sonori sono identici a quello dei videogiochi militari o di guerra. In queste sequenze possiamo, infatti, notare una qualità straordinaria di montaggio e selezione immagini (Maggioni, 2015). Il video, alla stregua di un vero e proprio documentario, riporta poi alcuni pezzi di telegiornali internazionali che, in diverse lingue, annunciano la notizia dell’abbattimento di un aereo dell’esercito giordano in territorio siriano. Ecco apparire, per la prima volta, il pilota dell’aereo caduto: Muadh Al Kaseasbeh. Si trova in una stanza in semi ombra, è seduto e la telecamera lo riprende solo a mezzo busto, non ci sono altri elementi oltre lui, rigorosamente vestito di arancio. Mentre si presenta e identifica come militare, vengono mostrate le immagini della sua cattura. Il video continua con delle immagini grafiche che mostrano il tragitto compiuto dal caccia giordano prima di essere abbattuto, raccontato dalla voce fuori campo del pilota stesso. Esso fornisce, inoltre, alcuni dati sulla Coalizione Internazionale di cui faceva parte, come ad esempio il numero, il modello e la nazionalità degli altri velivoli partecipanti, nonché i target selezionati per gli attacchi. Vengono ricostruite graficamente e nel dettaglio sia gli aerei sia i tipi di bombe sganciate e utilizzate immagini che sembrano essere le ricostruzioni di quelle mostrate dai radar durante le missioni. Il pilota viene costretto a confessare i nomi degli altri piloti coinvolti nella missione. Questa parte dura all’incirca 8 minuti e vede il pilota intento a illustrare nei minimi dettagli tutto ciò che riguarda le missioni militari a cui ha preso parte, vengono usati molti termini tecnici e fatte spiegazioni precise, il tutto accompagnato da una ricostruzione grafica esemplare. Si passa poi alla parte in cui viene mostrata l’altra faccia della medaglia; ecco allora una serie di immagini che ritraggono, senza alcun tipo di censura, tutti i danni provocati dalle bombe sganciate durante i raid sopracitati. Sangue, morte e distruzione vengono utilizzate per giustificare la brutalità delle immagini che seguiranno da lì a poco, per mostrare che il prigioniero si è macchiato di terribili colpe e per questo merita la morte. Ma non la semplice morte, una vera e propria esecuzione pubblica, che ha il duplice scopo di essere presa come esempio per chi, come lui, intende colpire lo Stato Islamico, e di rassicurare, invece, i cittadini del Califfato, che meritano vendetta e protezione (Maggioni, 2015). Una fiamma invade lo schermo e ci catapulta in una nuova dimensione: vediamo Al Kaseasbeh all’aperto che cammina spaesato tra le macerie di alcuni palazzi. Cammina, guardandosi intorno, fino ad arrivare a una schiera di miliziani sull’attenti, sono vestiti tutti uguali: tuta militare, passamontagna, fucile tenuto sul petto. Il prigioniero sembra non curarsi di loro, la sua attenzione e il suo sguardo sono presi da altro: sulle rovine di un edificio ci sono altri miliziani, sono anch’essi vestiti tutti uguali e stringono al petto il fucile. Sono disposti tra le macerie in una posa quasi teatrale: fermi, impassibili, ordinati. Regna il silenzio. Le scene sono dilatate, costruite nei minimi particolari. A queste immagini ne vengono intervallate altre, più veloci e rumorose, che mostrano le azioni di soccorso a seguito dei bombardamenti, probabilmente avvenuti in quello stesso edificio. Un nuovo cambio di scena: la location è la stessa, ma il pilota è ora chiuso in una gabbia e la tuta arancione che indossa è bagnata, impregnata di un liquido che si scoprirà presto non essere acqua. Tiene la testa bassa mentre tutto intorno i miliziani guardano in silenzio, nessuno si muove. Poi, in una sequenza degna dei migliori film d’azione, il prigioniero alza di scatto la testa, guardando fisso nella telecamera. Parte la musica e quello che sembrerebbe un velocissimo flash back di lui che viene imprigionato nella gabbia, si torna immediatamente alla scena precedente. Due miliziani si trovano ora in primo piano: solo uno di loro si muove, viene descritto da una voce fuori campo come “il comandante di una regione dello Stato Islamico colpita dai bombardamenti giordani” (Maggioni, 2015), stringe in mano una torcia di stoffa e, dopo averla fatta accendere dal secondo uomo al suo fianco, con gesto fiero, quasi solenne, la usa per accendere una miccia per terra. La striscia infuocata procede, a rallentatore, fino alla gabbia, la attornia e, infine, ne penetra il perimetro. Il fuoco divampa all’interno delle sbarre e il prigioniero in esse rinchiuso prende fuoco. La scena, grazie all’utilizzo di più telecamere e a un ottimo montaggio, viene ripresa a 360 gradi. Un minuto e sette secondi di pura crudeltà: la brutalità dell’uomo mostrata nella sua interezza. La vittima si dimena e cerca, inutilmente, di liberarsi, finché non cade in ginocchio, inerme. Le grida di dolore sono coperte dalla musica. Sullo schermo appare una scritta in arabo, si tratta della giustificazione teologica fornita dalle parole di Ibn Taymiyya – uno dei più importanti studiosi dell’Islam sunnita, egli è famoso per aver dichiarato legittima la jihad anche contro i musulmani che non seguono la Shari’ah, considerandoli come falsi musulmani ed è recitata da una voce fuori campo; nel frattempo, sullo sfondo, viene mostrato il cadavere carbonizzato cadere all’indietro in slow motion. L’orribile sequenza si conclude con una ruspa che spegne il fuoco lasciando cadere della terra sulla vittima e sulla gabbia, per poi distruggere ques’ultima. Nessun particolare è casuale: viene infatti inquadrata una mano del cadavere che spunta dal cumulo di terra e macerie, proprio come nelle immagini precedenti erano stati mostrati i cadaveri delle persone morte sotto i bombardamenti attuati dai colleghi di Al Kaseasbeh. Giustizia è stata fatta. Riparte la musica e appare una nuova scritta, questa volta tradotta anche in inglese: “In questa occasione, lo Stato Islamico, annuncia una ricompensa di 100 denari d’oro per chiunque uccida un pilota crociato. Il comando della sicurezza dello Stato ha rilasciato una lista con nomi dei piloti giordani che partecipano alla campagna. Questa è la buona novella per chiunque sostenga la sua religione e commetta un’uccisione che lo scampi dalle fiamme dell’inferno”. Segue una sequenza in cui vengono mostrati nomi, indirizzi, numero identificativo, grado e coordinate geografiche della posizione (scritte e mostrate su immagine satellitare) e altre informazioni private, come ad esempio l’indirizzo del profilo Facebook, di una dozzina di piloti giordani coinvolti nelle operazioni contro l’ISIS. Sopra le foto la scritta “Wanted Dead”. Il video si conclude, poi, con un lungo testo scritto in arabo. La pubblicazione del video in cui il pilota giordano viene arso vivo ha sicuramente sconvolto nel profondo l’opinione pubblica mondiale; tuttavia, la vicenda aveva già suscitato discussioni nel momento in cui, a partire dalla settimana seguente la cattura di Al Kaseasbeh, l’ISIS aveva lanciato in rete un vero e proprio sondaggio per decidere come ucciderlo. All’occasione circolavano sui social – Twitter in particolare – post contenenti frasi come “Suggerisci un modo per uccidere quel maiale di pilota giordano” o “Come trucidiamo Muhad?”, e vennero anche creati degli appositi hashtag, come ad esempio #WeAllWantToSlaughterMuadh (Lombardi, 2015). Per concludere, occorre fare alcune considerazioni. La serie dei video dell’orrore, dieci in tutto, dimostra come la strategia comunicativa del Califfato sia complessa e, soprattutto, ben ragionata. Seguendo l’evoluzione delle vicende dal primo video notiamo come i primi quattro video (Foley, Sotloff, Haines, Hennig) seguano pressappoco tutti lo stesso copione. Lo schema viene rotto dal video di Kassig: il regista, intenzionato a cambiare una prospettiva che iniziava ad assuefare il pubblico occidentale, decide di mettere in scena rappresentazioni più complesse, con più personaggi. Le immagini sono meno d’impatto e l’accurata coreografia distoglie 86 l’attenzione dal soggetto principale: la violenza. Tuttavia, la reazione emotiva e la paura comunicata restano, grazie soprattutto a un astuto stratagemma: mostrare i volti dai tratti occidentali degli aguzzini significa portare l’orrore direttamente nel mondo dello spettatore. La serie continua poi ad evolversi con l’intermezzo costituito dalla storia a puntate dei due reporter giapponesi. È una pausa voluta, pensata per creare suspense e, allo stesso tempo, mantenere un effetto di continuità pur lasciando un attimo di respiro e di stacco dai contenuti piuttosto espliciti e cruenti dei video precedenti (Lombardi, 2015). Una pausa che, però, viene bruscamente interrotta dal video del pilota giordano. Una mossa coerente all’interno della logica mediatica messa in atto dall’ISIS, il cui scopo principale è stupire gli spettatori e provocarli sul piano emotivo. Difatti, è proprio grazie a questa serie di video dell’orrore che ci possiamo rendere conto, come già accennato in precedenza, di come lo Stato Islamico usi la comunicazione non solo per legittimare la sua natura di Stato ma anche, e soprattutto, per promuovere un conflitto generalizzato. Conflitto che vede scontrarsi i due grandi sistemi dell’Islam e dell’Occidente e che viene scatenato e alimentato dall’utilizzo e dalla diffusione di immagini e contenuti volti a indignare e far reagire emotivamente l’opinione pubblica occidentale (Lombardi, 2015).